domenica 13 maggio 2012

Quarto quaderno di considerazioni sparse

Il cosmo è regolato dall'Indifferenza, il mondo degli uòmini dall'Ipocrisìa.
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Lotterò sempre come un leone - sia pur ferito - per esercitare il mio dùplice ed inviolàbile diritto di giudicare e non èssere giudicato.
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Ognuno ha il sacrosanto diritto di crèdere in ciò che vuole. Non pochi, ad esempio, si crèdono viventi.
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Pàssino pure i "valori", ma per carità, e in nome della morale, asteniàmoci dal salire sulla "scala dei valori".
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"Posso telefonarLe alle 17,30?" "Eviti. A quell'ora penso".
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All'ascolto delle dilaganti e gelatinose Sinfonie di Gustav Mahler, figlie tardive della Décadence, si è colti dalla sensazione che la Bellezza si sia stancamente distesa su tutto ciò che ab orìgine le era alieno, non col propòsito di mondarlo e promuoverlo ma per liquefarsi sulle superfici e tra gli anfratti più bui della realtà quale ci appare nell'inestricàbile totalità. Come se la Bellezza, spossata dall'aria rarefatta delle vette respirata nei sècoli, cedesse ad un gesto d'abbandono, scivolando insieme a pena e rinunzia -  nuove sorelle di viaggio - tra le accozzaglie della terra. Si è presi da fitto disagio a fissare lo sguardo su di lei, volto ormai scontornato, che priva di misura e vigore s'aggira  brancolando alla ricerca d'un ricetto sotto le volte del diroccato autunno. Si è presi dall'impulso di gridare allo scàndalo di quell'antico oro ora misto a fango, di quello spento aroma intriso del lezzo di cui è cosparsa la sua cute lìvida ed affranta. Poiché questa Bellezza è il segno d'un ideale tradito, l'uomo non le usa misericordia, e neppure fredda tolleranza, ma rancore ed astio; oppure se ne resta muto, incapace di reazione a fronte del malvìvere in cui essa sussulta nell'incessante disfarsi. L'uno dopo l'altro s'annèbbiano i tèrmini di confronto tra i trascorsi incanti della Bellezza e l'agonia dell'ambiguo mostro ch'è divenuta. Al cui cospetto l'uomo è destinato ad annichilirsi in un càlice sbeccato di melancolìa...
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L'esìstere non m'accresce, m'impòlvera.
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Amo e m'affàscina la sottrazione in quanto procedimento inteso al disvelamento del Nulla. Tuttavia non amo la mùsica aforistica di Anton Webern perché la sottrazione vi è impiegata come procedimento inteso all'illusorio e mendace disvelamento dell'essenziale.
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La teorìa è leggiadra, la pràtica è tristanzuola. Perciò stùdiati di programmare ed èvita di fare.
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Girotondo. Esiste la verità? Certo che sì: essa è la domanda stessa che l'uomo si pone. Cui non c'è risposta poiché è domanda scriteriata.
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Non mi è chiaro a che miri il mondo, né ho mai compreso gli uòmini. Perciò sono apolìtico, apartìtico, amorale, areligioso, aconfessionale, astòrico, aneconòmico, acivile, etc.... Per meglio dire: io non sono, e sono fiero di questo non èssere.
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Noi libertini siamo "creazionisti" perché mai rinunzieremmo, a differenza degli "evoluzionisti", all'incomparàbile  libìdine del paradiso terrestre e, ancor più, del peccato originale. Del resto, io sono "creazionista" anche perché credo nella creazione del mondo ad òpera di una perniciosa distrazione del Caso.
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Progresso. A condurci alla sìntesi non è più Hegel ma Twitter.
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Ho deciso dopo un lungo travaglio della mia coscienza: mi càndido a governarmi.
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Diffido del concetto romantico di "patria". L'ho sostituito con quello illuminìstico di "civiltà".
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Se la parola è notoriamente impotente, figùrati l'ingenuo escamotage della parola cantata. Odio le òpere lìriche, alcune delle quali mi pàiono baldracche spampanate!
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Non aver niente da dire può èssere sìntomo di profondo benèssere.
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Non di rado sento dire dalle brave persone cui la vita arride che dobbiamo ognora  laudare e ringraziare la bontà e la giustizia divine. Ma quando milioni di individui sono uccisi nei campi di sterminio nazisti e nei gulag, o quando denutrizione e epidemie fàlciano milioni di bambini in Africa sento dire che la volontà e la giustizia di Dio sono imperscrutàbili. A tal riguardo sono dell'avviso che non dovremmo sorprènderci più di tanto se questa "imperscrutabilità" divina ci facesse ritrovare in paradiso Attila e negli ìnferi madre Teresa di Calcutta.
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M'è parso di notare che l'intelligenza nasconda sempre, in un modo o in un altro, una supponenza che la rende un qualche poco scimunita.
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Non incontrerai mai peggior egoista del cosiddetto altruista. Quanto ad egoismo, l'egoista sta all'altruista come una goccia d'acqua al mare.
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13 maggio: sia la mamma festeggiata con tènera simpatia e ricolmi affetti, senza peraltro dimenticare che alcune tra loro dovrèbbero smammare fin dalla nàscita.
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Da quando ho letto Kant, tutte le mattine al risveglio bevo il caffé, fumo una sigaretta e mi cambio il noùmeno.
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Un parcours vers la sagesse: au débout apprendre, ensuite douter, enfin oublier.
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Nietzsche asseriva che la vita senza mùsica sarebbe un errore. No. L'errore è la mùsica importunata   dalla vita.
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Qualsìasi notizia mi sembra perfettamente eguale alle altre. E tutte assieme crèano attorno a me una fùmida palude di monotonìa.
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La vita dell'uomo non è così lunga da raggiùngere l'età acconcia a pensare.
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Il diàlogo è talvolta una forma sottile e vezzosa di suicidio.
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Quanto più crediamo d'avvicinarci al vero tanto più la realtà s'allontana da noi: come il passeggero al finestrino del treno fermo in stazione s'illude di partire quando lentamente ad avviarsi è il treno sul binario a fianco.
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Dans la constitution d'une société à l'enseigne de la désillusion l'abus de l'art sera impitòyablement puni.
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In primavera le mie certezze come arenaria si sgrètolano in dolce spaesamento.
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L'Europa torna ad essere protagonista della Storia nel momento in cui celebra la propria eclissi. Mesta e popputa d'arte, l'Italia è appendice, scia di un profumo appassito.
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La perenne e acre contrapposizione tra la realtà "oggettiva" e quella del soggetto pensante è la più pietosa guerra tra pòveri.
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Quali disfrenate fantasticherìe o quali abissi insondàbili si cèlano nell'apòlide od aspirante tale?
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"Shéhérazade" di Rimskij-Korsakov: a quale livello di banalizzazione poté precipitare la musica di Wagner? (J'aime beaucoup "Shéhérazade").
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Ormai sull'itàlico suolo arrossìscono anche le òpere d'arte.
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La libertà dell'uomo non contempla necessariamente la di lui dignità. Ma la sua dignità è di per sé la sua libertà.
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Se con pazienza ed ànimo sgombro da pregiudizi ti sarai impegnato a perlustrare i meati spirituali della persona da te sbrigativamente reputata "stùpida", t'imbatterai prima o poi in ciò che tu altrettanto sbrigativamente avevi opinato èssere l'"intelligenza".
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Godo nel discòrrere di cose pleonàstiche: mi dànno il tepore e la sicurezza di un letto rimboccato.
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A forza di ripètere la medèsima parola essa perde significato. Non diversamente i giorni.
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E' ragionevole congetturare che, non avendo fondamento il concetto di unità, i nùmeri non esprìmano nulla.
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Dopo annose e dettagliate riflessioni ho infine individuato la causa dei miei acuti dolori: non sono un contadino. Già, io la zappa me la sono sempre data sui piedi.
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La realtà si configura in un processo infinito di casualità, nel quale l'illusione della volontà umana, ossia del lìbero arbitrio, costituisce per l'uomo il male più acuto e l'inconveniente più dannoso.
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Mi è capitato di desiderare qualcosa di più lieve e refrigerante dell'arte.
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Tutto nella vita è soggetto a consunzione: anche il Nulla. Ma che fascino irresistìbile un Nulla liso e frusto!
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Quale navigata prostituta la cui sottomissione sia pari all'arditezza, la mùsica ti dice tutto ciò che segretamente hai sempre sognato di sentirti dire. L'una e l'altra professano la finzione.
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Non amo le frasi profonde né quelle senza senso. M'affàscinano per contro le proposizioni di scarso significato, forse perché sono un inguarìbile umbratile.
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Non c'è altro contenuto proprio al processo conoscitivo che il fenòmeno. Stolto sarebbe procèdere al di là delle apparenze sensìbili, per cercare noùmeni e sìmili: formidàbile semenza di dogmi.
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La mùsica è un "linguaggio" universale solo nella misura in cui non esprime nulla. Al paro del Tutto.
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Qui est-ce qui à retrouvé Jean Paul Sartre?
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Confidavo ad un amico che non sono infrequenti i casi e le occasioni della vita in cui mi sorge spontanea la domanda perché il Dio imparziale dell'universo infinito ed eterno dovrebbe èssere cattòlico e romano.
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Mahler sta a Wagner come Arbasino a Gadda.
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Alla cronologìa della storia d'Italia manca l'anno 1789. E quest'assenza pesa come un macigno insostenìbile sulla storia contemporanea dello Stivale.
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Poesia. Oh, mirìfico Fato, se sotterra scendesse per avvelenato ortaggio chi d'una feral corruzione ha il già corrotto ìtalo suol seminato!
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Maken we de Maker? (Per chi ancora non conoscesse la lingua nederlandese: "Creiamo noi il Creatore?)
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Ogni volta che ascolto Wagner ci ricasco.
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La civiltà occidentale del Novecento, o sia l'età più prosperosa e variegata di materia escrementale.
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Ad ascoltare a lungo la mùsica di Chopin ecco apparire l'intèrprete seduto dinanzi ad una cesta, in bocca il pìffero e un turbante in testa: il fait le charmeur de serpents.
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Amo farmi abbindolare dagli ingenui perché mi fa sentire regista e non attore.
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E' cosa giudiziosa elogiare ciò che ignoriamo. Solo in questa maniera sapremo di trovarci di fronte alla delusione, anziché èsserne colpiti alle spalle, come accade quando lodiamo ciò che conosciamo, o meglio, presumiamo di conòscere.
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In una notte primaverile lo spìrito mi confidò: "Non sono in grado d'immaginare nulla di più ìnfido della mùsica".
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Quanto più l'aeroplano s'eleva ad alta quota tanto più scorgiamo il paesaggio terrestre appiattirsi ed uniformarsi. Non diversamente quanto più lo spirito si stacca dalle contingenze dell'immanenza tanto più scorgiamo miseramente rimpiccinirsi le faccende del mondo.
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L'ascolto della mùsica di Mendelssohn corrisponde ad una dieta povera di grassi
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Gli èsseri umani, contrariamente a quanto crèdono, non comùnicano punto. Al più s'indovìnano reciprocamente.
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Le "scienze esatte"? Ma nell'universo tutto è esatto: anche le più inverisìmili approssimazioni, i più incongruenti càlcoli, le lògiche più bislacche... Nell'universo nulla è che non dovrebbe èssere esattamente com'è.
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L'enthousiasme est bien souvent sans gou^t.
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Il mio corpo va rimprosciuttendo coll'avanzare della vecchia età così come il mio gusto va appolaiàndosi sulle fredde e scheletrite guglie sonore di Sweelinck e Schuetz.
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De treurigheid is een vrouw van de klok. (Come sopra, per chi ancora non conoscesse la lingua nederlandese: "La tristezza è una signora puntale").
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Ho avuto agio di rilevare che tutto il disprezzo che una persona cova nei tuoi confronti l'appalesa appieno nei modi urbani di salutarti e sorrìderti.
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Bach et d'Holbach, ou les extrémiteés opposées.
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L'Italia è tra i Paesi più corrotti d'Europa. E non di meno è la sua una corruzione mielata, solatìa e punteggiata da opere d'arte inestimàbili.
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Se il tempo cessasse una buona volta di scorrere io cesserei d'èsserne sballottato e frantumato, e finalmente avrei agio di ricostituirmi e ricompormi pezzo per pezzo onde conòscermi... Ma forse ignorarsi è meglio che delùdersi.
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Il cosiddetto artista crea. Il fruitore attribuisce un valore estètico all'òpera creata. La quale è di per sé un oggetto esteticamente neutro, né "bello" né "brutto", vale a dire che non possiede alcun valore poètico intrìnseco ma soltanto quello attribuìtogli secondo sensibilità, culture, èpoche diverse. Il "capolavoro" è nell'uomo, non già in una realtà a lui esterna. In tal senso è lècito dichiarare che le tele di Vermeer o i drammi di Ibsen non "valgono" di più degli scarabocchi di un amateur?
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"e", la congiunzione che ci impedisce di capire l'indistinta realtà dell'universo.
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I variegati e fascinosi strumenti dell'orchestra pòssono rivestire di colori (timbri) una melodia insulsa: le parole un'idea banale.
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In Italia la corruzione è sì veloce e diffusa da èsser giunta a corròmpere se stessa.
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La Raison? Le portail de la folie. La folie? La dimanche de l'homme. L'homme? Un désir pudique et désolé (etc...).
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Chissà che amare non possa significare, fra l'altro, edificare la propria ambasciata nel cuore della persona amata. Sicché noi, destinati a vìvere perennemente in terra straniera, se non ostile, soltanto in quel cuore ritroviamo un segno della patria.
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La tragedia del mondo risiede nel fatto che alla verità di ogni cosa corrisponde la verità dell'esatto contrario di quella. Il pensiero ne è la vìttima sacrificale.
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Memento inameno. Quanto più l'ambizione t'innalza a conquistar l'agognata meta, tanto più il càlcolo t'abbassa a mangiare merda.
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Le mie vecchie certezze sul divenire del tutto si sono incrinate. Ho pensato: non è che tutto cambi incessantemente, forse siamo noi che, viaggiatori della vita, ci spostiamo nel tutto.
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Più s'assòmmano gli anni più la vita s'accorcia, è naturale. Preso dalla crudele consapevolezza del tempo ladro del mio esìstere, sono stato paralizzato dalla furiosa indecisione su quali grandi libri lèggere o rileggere finché ne fossi ancora in tempo: metti l'"Etica" di Spinoza, il "Canzoniere" del Petrarca, l'Antico Testamento, Shakespeare, "Don Chisciotte", "La recherche".... Ogni volta che ne iniziavo uno, dopo poche pàgine lo abbandonavo preso dall'angoscia di non aver compiuto la scelta giusta, e ne cominciavo un altro: una giràndola turbinosa, avvilente, infruttìfera.... Oggi per fortuna ho trovato la soluzione e ritrovato un po' di pace. Ho dismesso i capolavori e leggo, serenato e rincoglionito, i nùmeri delle targhe automobilìstiche, nessuna eguale all'altra a differenza de' capolavori ma tutte sìmili l'une all'altre, a lenimento dei miei dilemmi estètici.
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Non sarebbe niente male la vita se fosse preceduta dalla morte. Ce lo dice il paradiso.
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La più odiosa mascalzonata che si possa fare ad un giòvane è disillùderlo. A ciò è addetta per ufficio la vita.
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Mi è stato assicurato da fonti assai autorèvoli: è vero, inconfutabilissimamente vero che la classe polìtica italiana conta nel suo seno polìtici non corrotti. Ciò mi sgrava e molce il core, inducèndomi ad intrav(v)edere un avvenire meringato.
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Sono felicemente incline a ritenere che d'ogni proposizione sia impossìbile verificare qualsìasi tipo di fondamento. Ciò m'allevia la molestia della presunzione.
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Tristesse. La mia testa è il mio cenotafio.
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Nulla  è più sconcio dei gorgheggi  di un moralismo farisaico e bigotto. Diffido in ogni caso di coloro che pòstulano il primato dell'agire ètico: a loro la mia tolleranza antepone quei pòveri diàvoli incolpevolmente affetti dal morbo della "moral insanity" (di cui per primo trattò Harold A. Prichard nel 1832).
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Se vuoi ascolta e se puoi disinterèssati a ciò che ascolti.
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L'uomo più che vìvere s'aggrappa. E il pregiudizio è il suo punto di forza.
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L'altra notte, nel colmo della notte, sono stato svegliato di soprassalto da uno sghignazzamento irriverente. Mi sono rizzato sul letto, gli occhi sbarrati, la fronte màdida di sudore. Mi sono proteso nel buio: era il cosmo che sbeffava le scienze sedicenti esatte de' mortali.
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Le cose, più delle persone, sùscitano il mio rispetto. Sono più affidàbili e viaggiano attraverso i sècoli con ànimo maturo.
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"Il y a des gens qui parlent un moment avant que d'avoir pensé" (La Bruyère). Moi, par exemple. E mi sono sempre trovato molto bene. D'altronde se dovèssimo parlare soltanto dopo averci riflettuto sopra diverremmo muti per sempre, giacché il pensiero è il guasto patito dall'uomo. Io sono convinto che Dio, se esiste, esiste perché non pensa. E che non pensi è palesemente dimostrato dal mondo da Lui creato.
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Italie, restaurant sans cuisine.
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Negli stati di forte dubbio e preoccupazione l'uomo tende a dare a poco a poco forma vivente ed animata a cose ed oggetti che inerìscono a quel dubbio e preoccupazione.
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Parlare anche quando non si ha niente da dire è un modo come un altro per non parere superbi.
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L'Idealismo clàssico tedesco ha notoriamente posto la mùsica in vetta alle arti e l'Io in vetta alla realtà. Il risultato della bella accoppiata? Il brbàrico e catastròfico Novecento (ce ne avesse mai scampato Iddio).
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Alle donne di sapere càpita che coll'intelletto s'affini anche il petto.
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Ho fatto un sogno ben strano: Dio si era avvicinato a me e così mi sussurrava all'orecchio: "Caro il mio Henk, ho preso la decisione: vado in pensione perché sono troppo canuto ed esaurito". Stupefatto, mi sono permesso di domandargli chi mai sarebbe stato in grado di sostituirlo. E lui: "Ahimé! nessuno. Tutti coloro cui ho chiesto di prèndere il mio posto hanno risposto in modo elusivo...". Al risveglio ho pensato: "Vedremo tra sei mesi od un anno come senza Dio andranno le cose su questo mondo, sino ad oggi sì bello ed armonioso, sì umano e sovente felice".
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Se mi va bene ho dato una svolta alla mia vita: ho brevettato, e dal prossimo autunno metto in vèndita,  il rastrello de' pensieri ingialliti.
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Ho spremuto quintali di parole. Ne è sgocciolato soltanto un minùscolo punto interrogativo. L'ho bevuto. Con mia grande sorpresa l'ho trovato insapore.
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Non esiste il tempo passato perché non esiste ciò che non è più. Non esiste il tempo futuro perché non esiste ciò che non è ancora. Non esiste il tempo presente perché ciò che affermo del presente non è più nel momento in cui viene affermato. Il tempo è dunque un'illusione? Ma allora che cos'è che mi fa rinvecchignire recando seco il tìpico lezzo de' misfatti del tempo?
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Io sono ciò che mi appare mentre vorrei èssere ciò che è.
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Ad ogni modo, tutto ciò ch'è stato resta. A lunghe distanze: nei penetrali della memoria. Beninteso, tutto ciò ch'è stato non è che torni al proscenio, ma la sua immagine - trasfigurata, deformata, spanta, fratta, come  che sia - balùgina a quando a quando di strani lucori, o addirittura erompe all'emozione presente, seppur un àttimo, prima d'inabissarsi di nuovo, per imprevedìbile perìodo, nelle fonde cave dell'ànima, nei dèdali dell'apparente oblio. E' tersa voce di verità, questo sentimento ondoso? No di certo, ché la verità è sempre concreta, secondo opina anche l'impietoso Hegel. Ma è pur sempre vita: vita minore dell'io, appartata e frale: boudoir in ombrìa  a rimpetto di fulgenti saloni. Da delibare a pìccoli sorsi, con parsimonia...
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Se mai dovessi rinàscere mi sopprimerei prima.
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Omaggio ardito. Ben lusingato sarei se la regina d'Olanda, Beatrix van Oranje-Nassau,  si trasferisse in Italia, e prendesse dimora al Quirinale.
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La storiografìa non mi sovviene punto, ed io non mi sovvengo di quando l'accidente accadde: per certo non troppo di recente. Accadde che mister Caos (1), gironzolando tutto acchittone ed avvogliato per l'ètere, s'imbattè in mademoiselle Afrodite (2) che aspettava alla fermata il tramway: "Maronna! Anvedi che quagliozza" sbottò schietto e primordiale. Lei era aromàtica e di stellato crine, vasta del bacino e fondi fondi gli occhioni bleu. Lui, caracollando come un malandrino di borgata ripulito, le mani ficcate nei blue jeans, s'avvicinò e l'ammiccò di sguinciò, poscia le addimandò come distrattamente: "A bbella, che ffai? Aspetti quarcuno?". "Sì, il tramway", fece lei vezzosetta nella mossa ma lo sguardo apparentemente assorto all'orizzonte tramviario. Trascòrsero all'incirca uno, due minuti di sospensione in attesa del destino. Poi lui: "Magari t'anderebbe de venì commè a ffa du' passi?". Lei, femme par excéllence, sgonnellò, deinde, lemme lemme voltò il volto a lui: "P'annà 'ndove?". Lui:" Che nne so... ar cinema, a ballà 'n discoteca se te sconfinferebbe". "Va bbè" consentì la senorita, smussando l'assenso in creanzata circospezione... 
Disparve alla vista la neocoppietta lungo la via làttea assai rilucente di dancing, ma mai il mondo seppe se entrorno in un locale pùbblico a danzare minuetti, bachate e merengue, oppure se riparàrono in un sottoscala, in un'àula magna, in un armadio, in un'automòbile, in un campo di tulipani, in un androne, tra le frasche, in una emeroteca, sul bagnasciuga, in un cunìcolo: ché al fabbisogno, ovvero quando l'urgenza trilla, ogni loco è buono, buonissimo, anzi è effigia par excellence di misericorde ausilio. E del resto non necessariamente abbisogna un còmodo letto o giaciglio per recar a compimento l'operazione: uòmini e donne, oltre che sdraiati, si dispòngono alla copulante intrapresa eretti, arrovesciati, inchinati, inarcati, inginocchiati, penzoloni (ossia pènduli da qualche tetto, o pèrtica o liana), serpentini, pecoroni, distaccati quel tanto che non raffreddi, uniti quel tanto che i due bei màdidi fìsici non sìano spiaccicati qual doppia acciuga sott'olio... Si seppe dunque che i due s'accoppiorno: lo si seppe nove mesi appresso, allorché, con assai maraviglia delle genti, venne alla làttea luce una candente creatura cui concordi i genitori impòsero il nome di Eros (in latino Amor, in italiano Amore, in francese Amour, in tedesco Liebe, in nederlandese Liefde...).
 D'aspetto tanto gentile e tanto onesto, arricciolato ed arciere, Eros ha fatto del nostro mondo un madornal casino: più ingestìbile dell'ìtala contrada. Ha scombussolato la capa degli umani, gli ha ammattita la ragione, li ha fatti servi di una bramosìa inappagabile (od appena appagata, voilà che risorge dopo poco), li ha resi incapaci di stàrsene da soli: sicché dài coll'uomo indefesso a chercher la femme e dài con la femme intenta nei sècoli, dai diciott'anni ed anche pria fino ai settanta ed anche poi, ad apparecchiare moine, lezii, tenerumi, avvenevolàggini, coquetteries, onde irretir il famelicìssimo sesso barbuto. Inoltre la magnanimità di Eros non nega i propri strali manco alle ànime solinghe: nel deserto, sui tàciti ocèani, nella brulla steppa, nella penombra della schiva stanzetta che funge da imaginìfico ricettàcolo... E loro, le ànime solinghe, se ne approfìttano sùbito della benaccetta "pietas" d'Eros: e dài coll'àlacre ed indefesso rigirìo manuale che pare riandare ai celèrrimi saliscendi degli ascensori che mai s'arrèstano: su e giù, giù e su, lungo i grattacieli di New York, Chicago, Atlanta, Los Angeles, e adesso altresì di Pechino e Shangai (3). Vero si è che Eros, grazie ai semi suoi, consente agli umani di perpetuarsi. Ché altrimenti, se a vedere una donna un uomo gli s'ammosciasse l'arrapamento, e se una donna a vedere un uomo rinculasse rizzàndolesi il crine, ora non ci sarebbe costì Tizio che scribacchia e Sempronio che leggiucchia, né alcuno ad aggirarsi nei dintorni, nel borgo, nelle città e nelle pianure, nei continenti: nessuno più sulla facciaccia dell'universo mondo, proprio così. "Meglio sarebbe", potrebbe osservare un rigoroso cultore del pessimismo alla Cioran... Dipende. Dipende dagli umori d'ognuno, dalla visione del mondo da cui l'uomo è guidato, se sia più proficuo all'uomo èsserci o non èsserci punto (evitando in tal maniera anche la morte, che notoriamente lo mena al non èsserci). Dilemma vano e metafìsico, acconcio a tipi affatto inaffidàbili  e désengagés, quali  pensionati, neghittosi, grattapanza, bighelloni, inerti, infingardi, falananna...

(1) l'orìgine di tutte le cose, secondo la cosmogonìa greca, a cui s'ha da dare il màssimo crèdito. "Dunque al principio fu il Caos..." (Esiodo, "Teogonia"). 
 (2) dea votata al sesso ed alla fecondazione. Un giorno Crono, incazzatìssimo ignoriamo perché, tagliò i coglioni ad Urano e li getto giù a mare. Il mare fu in tal modo fecondato dai semi di quelle gagliarde palle, e nacque Afrodite: già, "il greco mar da cui vergine nacque Venere". La quale altri asserìscono esser nata in Creta, ma è versione da reputarsi meno realìstica e solenne. 
 (3) se neppure il frenètico attivismo caro al biblico Onan appagasse l'uomo, bisognerebbe suggerirgli, estrema ratio, di svoltare decisamente verso la Filosofìa, ed in particolare verso quei pensari che proprio nel sesso, comunque inteso e praticato (non esclusa l'"honesta copulatio" santificata dalla Chiesa medievale), indivìduano i più ìnfidi tòssici generati dal Male. S'intenda quella Filosofia che ammonisce: "Il sesso distrae dal retto discernimento, il rovente rovello del pathos aliena dal rigoroso procedimento raziocinante, la foja macchia fin la purità del sillogismo; e insomma attenti giacché i genitali coi loro codazzi erotògeni s'abbàttono con raptus devastante sui santi proponimenti dell'Etica". Eppoi si dia retta agli epicurei e agli stòici che hanno insegnato il modo migliore per liberarsi da sor Eros ed approdare all'autèntica ed inalienàbile felicità: ha nome di "apatìa", ed è assenza di passioni. I cittadini quiriti, che sono stati nei sècoli i maggiori seguaci e consumatori di stoicismo, ùsano l'ambiguo termine di "fregàrsene" (non tragga in fatale inganno questa forma riflessiva di "fregare").

venerdì 21 gennaio 2011

Primo quaderno di considerazioni sparse

 La verità è un composto senza forma.
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Sono nato io? No, non è ammissìbile. Se infatti fossi nato sarei nato da uno stato di non-èssere. Ma il non-èssere, giacché non esiste, non può generare nulla e dunque nemmeno me. Me ne dolgo. Mi sarebbe tanto piaciuto èssere nato, se non altro per dar soddisfazione ai miei genitori che si sono creduti, senza debitamente ragionarci sopra, di tirar fuori dal non-èssere l'èssere: ossìa d'avermi scodellato.
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Il Novecento è stato un duetto tra il nulla e le contraddizioni, tempo infausto di brutali ideologìe che, dalla letale chimera del Comunismo al primitivismo del Nazionalsocialismo, hanno partorito un sècolo di macerie tra i più ripugnanti che abbia patito l'umanità. Il Novecento è stato il sècolo che ha sostituito all'uomo il robot, all'ànima il computer, all'imprudente calata nelle segrete dell'io la pomposa arrampicata alla sciocca luna. Confezionatrice dell'atòmica, la stessa scienza, borioso sfoggio del sècolo, è sfuggita di mano alla razionalità, non dissimilmente dalla speculazione filosòfica che, fàttasi inetta ad una organizzazione sistemàtica, è andata sbriciolàndosi in un subisso d'istinti suicidi: o in echi straziati dell'unità perduta. E non più arte, ma arte come rimpianto dell'arte. E non più mùsica, ma mùsica come memoria della mùsica.
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 L'astrazione rinvigorisce. La riflessione snerva. (Ma Novalis pensava il contrario).
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In generale conservatori e progressisti crèdono nel fluire del tempo: i primi lo contràstano, i secondi lo sospìngono.
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Tornare prima non è nostalgìa di casa. E' possibilità di ripartire prima.
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Tutte le volte che pronunzio o scrivo la parola "ànima" ho la vaga sensazione di confòndere me stesso.
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Democrito e Platone sostenèvano che le sensazioni sono ingannevoli. Non che io sia un sensista accanito, ma, insomma, non esageriamo nel responsabilizzare la Raison.
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Si còntano òpere d'arte teatrali e musicali la cui rappresentazione risulta gravemente disagèvole e rischiosa, non tanto per l'obiettiva problematicità della loro realizzazione scènica e musicale, quanto perché esse risièdono nel cuore della gente come un patrimonio prezioso e inalienàbile: guai a scalfirne la lucentezza e la travolgente càrica emotiva. Rappresentare una tra queste opere è incitare lo spettatore a metter in piazza i propri ideali affinché ne esàmini la consistenza e ne verìfichi la plausibilità. Chi rappresenta e intèrpreta "Romeo e Giulietta",  "Amleto", "Lohengrin", etc.... si trova nei panni di colui che porta la nuda realtà a chi l'ha sognata, coltivata e sublimata nell'attesa: l'incògnita è provocare una cruenta e "inaccettàbile" disillusione. E' noto che è tollerato l'inganno ma non il disinganno.
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 La spiegazione esaustiva dell'essenza di un'òpera d'arte è impresa inattuàbile come la spiegazione del pensiero che pensa sé stesso. Nel momento in cui tenta d'illuminare l'enigma, la ragione si rompe, presa da una sorta di graduale vòrtice che la paralizza e sbaraglia. L'òpera d'arte rimane per l'uomo, che pur l'ha forgiata onde placare il proprio èssere estètico, desiderio di possesso inappagato.
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Ogni cosa è racchiusa nello spazio. Ma anche lo spazio è "cosa". Che cosa lo racchiude?
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 La realtà è ciò che è. La mùsica è ciò che non è. Che cosa rappresenta l'arte per la vita? Nulla. Forse ghirigoro dello Spirito, Presunzione, indolente décolleté dell'Anima. Anzi, l'inviolàbile bellezza dell'Arte fomenta la pena della vita. Fra realtà e arte persiste una dicotomìa irresolùbile: donde il senso d'arcana melanconìa che effonde la mùsica. Il sentimento del vìvere è estràneo, talvolta ostile, al sentimento dell'Arte, già che l'Arte, a differenza della realtà che l'uomo sconta, è un'ipòtesi meramente vanitosa. Mi domando che cosa possa favoleggiare all'incartocciarsi dei giorni e delle notti quella superba mònade.
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I cinque sensi mi sembrano francamente pochi a rimpetto delle mie giudiziose esigenze.
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Nel gran colare dei sècoli mùsica e danza sono venute via via complicàndosi: forse specchio dell'ànima. Nel Medioevo: poche e caste melodìe ed interminate titubazioni nel
mòvere l'appartato corpo. Nel Quattro e Cinquecento, un insòrgere progressivo ed incuriosito d'ardimenti, ancorché irriprovèvoli, nelle linee più mosse dei suoni, più plàstiche delle mani e delle gambe. Nel Barocco, le volute, le incipienti vezzeggiature, le malizianti allusioni ed i languori felici  nelle immàgini musicali, e nelle presenze donnesche, flessuose come spighe. Si sa, dipoi l'Ottocento, per taluni "stupidìssimo", ha decretato per mùsica e danza il crepùscolo dei pudori, nelle spire galanti del valzer. A tacer del Novecento, Dio ce ne scampi, il quale, giù la màschera, èccolo nella smoderanza più abbaruffante, nello smaniante e crudìssimo bordello in che sono state astrette, ed hanno penato e vorticato, mùsica e danza, dando in ciampanelle, ahiloro!
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 La mendace determinatezza della parola non si confà all'evasiva complessità del pensiero, né ai suoi inesàusti smottamenti.
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Dalla metà del Novecento l'esigenza di religiosità si esprime nel linguaggio artistico con accenti contraffatti, con làbili architetture, con i caràtteri di un'esasperata soggettività in luogo di una tetràgona oggettività. Un tempo, nel guardare ai suoi sìmili, l'uomo si credeva di cògliere il baleno d'una presenza trascendente; oggi tenta di mirare la divinità senza più guardarsi d'intorno. Tenta una propria via alla salvezza, e, dubitando di se stesso, dùbita d'ogni altro èssere e percorso. La frantumazione dell'io è ciò che ormai accomuna il sìngolo alla massa.
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Il pàrroco dal pùlpito aveva appena pronunziato "In orìgine...." che dalla penombra de' banchi più rimoti s'udì educatamente mormorare: "Non c'è traccia d'origine".
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 L'intelligenza risiede anche nel talento d'organizzare e indirizzare la sensibilità secondo criteri e fini razionali. La sola sensibilità può dare l'emozione, lo stupore, la prospettiva, il vago senso del profondo, l'intuizione provvisoria e fuggèvole. La sensibilità procede per folgorazioni, per stati d'ànimo "ingenui" ed èsili che si frantùmano e dileguano al primo ostàcolo che incòntrano, alla prima obiezione. La sensibilità ha da sola una purezza ed una verginità troppo cedèvoli per èssere affidàbili. E' una dote incline a lasciarsi traviare e consumare. Essa da sola non parla e non comprende alcuna lingua: è un desiderio di possesso inappagàbile, che sfocia nel possesso fittizio di una larva.
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Ogni fortezza intellettuale e filosòfica è insidiata da un cavallo di Troia che può demolirla in breve lasso di tempo. Solo la fortezza della fede non ne è insidiata. Anzi, è essa stessa un cavallo di Troia, anzi, è il cavallo di Troia par excellence.
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Sarà vero che Caso e Determinismo si contrappòngano? E' assurdo parlare di un fèrreo determinismo del Caso? Ma tu che mi fai domande sì intricate, che caso vuoi?
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Che gran baroccheggiare è l'òpera "seria" barocca! Paffuta divinità indiademata, se ne va fulgendo ed ardèndo d'immàgini rettòriche tempestate di ghirigori, di proposizioni faconde ed incontinenti, d'affetti affettati, donde linfa preziosa tràggono a sé le molli schiere d'eroi ed eroine che sollèvano i petti nel limbo della più irreale finzione teatrale. Baraonda dell'immaginazione e vorticosa giga dell'inventiva, smoderata medusa che tentàcola l'universo e le sue cose, e tutto lancia in un gorgo di stupefazioni cui è sotteso un tràgico nulla. L'òpera "seria" barocca è evento fra i più fastosi e nevrastènici che abbia lo spìrito della civiltà occidentale tentato nel corso del peregrinare d'era in era. Fàcile e pure meschino fu nel sècolo seguente, il sècolo della Raison calmieratrice, accusare quelle trascorse delizie barocche di stravagantìssima bizzarrìa, d'insaziàbile ostentazione. Tutta invidia! come quella provata da chi disprezza ciò che più non ha: nella fattispecie un tùrgido estro ormai assottigliato in birbona lama illuminista.
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Càpita che l'attesa troppo prolungata di un evento auspicato sia càusa di un progressivo accrescimento delle aspettative, le quali, nel momento in cui l'evento si verìfica, vanno deluse in ragione di quella dilatazione delle speranze da cui l'attesa era sostenuta e confortata.
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Nel fondo della notte rotta dai ghiacci barbagli inoculati dalla luna, otto guerrieri si chìnano sul corpo dell'eroe defunto, lo sollèvano sulle spalle e con strazio ammutolito lentamente lo condùcono entro la foresta. E' qui che deflagra la "Marcia funebre" di Sigfrido. E' bene ascoltarla a Bayreuth - nell'enimmàtico teatro votato a Wagner, tra le mura che sepàrano l'incontaminato misticismo dal decorso del tempo -  per intuire l'angoscia e la spaventèvole luce che sprigiona la pàgina wagneriana.  Non è teatro, o illusione, o spettro estètico, ma una specie d'energìa primigenia dell'èssere che si capovolge mettendo a nudo le nodose radici che lo congiùngono ai fondali dell'umana coscienza. La "Marcia funebre" di Sigfrido è disperazione che percorre, come il corpo dell'eroe nella foresta, l'itinerario dalla disfatta alla verità conseguita; è proclamazione del ritorno all'indistinto, all'Uno-Tutto; è il sacrificio dell'eroe che purificherà l'esistenza dalla dannazione di èssere e dalla vanità dell'agire. Nel corteo luttuoso dell'eroe seguiranno, lasciàndosi dietro il Walhalla in fiamme, gli Dei che primi fra tutti dèttero esempio di peccaminosa alterigia e fralezza. Al fondo del male non c'è il bene ma l'espiazione, prima, la voluttà della fine, dopo.
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Mi faceva osservare un contraltista: "Guarda te, senza testa si pensa male ma senza testìcoli si cantava bene".
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Nei memorandi "Saggi sulla storia del Rinascimento" Walter Pater annota che ogni arte aspira costantemente alla condizione della mùsica. Benché sia questa un'affermazione di chiara ascendenza romàntica, non è da esclùdere che la mùsica sia la più universale delle arti nella misura in cui la sua lingua e il suo segno, a differenza di quelli delle arti visive e letterarie, prescìndono dal riferimento semàntico al dato fenomènico, per porsi quale pura espressione dell'Io, ovvero dello Spìrito. In tal senso la mùsica è astrazione, un universale nel quale ogni uomo,  pòpolo, civiltà riconòscono la manifestazione immediata di sé. Quando di conseguenza Goethe afferma che la mùsica rappresenta un tempio attraverso cui noi entriamo nella sfera del divino, appalesa con tèrmini "alati" le teorìe estètiche degli Idealisti tedeschi, che reputàvano il linguaggio dei suoni espressione sensìbile del Logos.
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Leucippo e Democrito sostenèvano che la terra è di forma sfèrica. Anassagora, maestro di Pericle, garantiva invece che è piatta. C'aveva ragione lui.
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Arte o consumo? Boucher o Boucheron?
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Alcuni direttori d'orchestra dirìgono. Altri fanno soltanto "spettàcolo" mìmico. E tra questi ùltimi c'è chi fa spettàcolo di quart'òrdine, nel senso che ambirebbe ad estrinsecare nell'accentuato gesto plàstico della bacchetta, e del corpo tutto, il disegno e la dinàmica interna dell'òpera musicale, senza per ciò riuscire a tradurre le intenzioni del gesto in una corrispondente realtà di suono orchestrale. Tali direttori pòssono ingannare per breve tempo l'inesperto volgo, ma non la mùsica, che si vèndica mostrandosi loro indecifràbile.
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"Dottore, mi sento terribilmente fiacco....". "Non se ne dia pena. E' una carenza di rimorsi".
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Se non è il "contenuto" a generare la "forma" nel momento in cui esso diviene materia di poesìa; o se non è la "forma" a determinare il "contenuto" nel momento in cui essa diviene libero gioco della fantasìa; vale a dire, se tra "forma" e "contenuto" non si instàura un rapporto d'interdipendenza e necessità, ebbene ciò che dovrebbe èssere "arte" - a qualsìasi espressione linguìstica ci si riferisca  - altro non è che "esercitazione intellettuale", potenza emotiva non attuata in entità artìstica...
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La diciottenne pretende ormai la quarta. Sgambetta dal chirurgo estetico, ad ingollar silicone. Invero non più l'appaga un seno cònsono alla natìa corporatura. Ambisce ad assurgere a pupona dal davanzale screanzato: esige l'orgia delle poppe, a maravigliar il mondo de' boys e delle ìnvide amiche. Or sono anni (ed ancor oggi) si costumava inturgidire le labbra: straripanti labbrone quali cornici cardinalizie ad un antro incontinente. E seguì poco appresso la moda dei cocò pomposi a mo' di colossali melloni: da ondeggiar qua e là nel vortichìo di coribàntiche fantasticherìe. Viviamo tempi d'iperbòlici corpi donneschi, imbottiti non meno dei tramezzini giganti che appena ne mordi un verso, dall'altro ne schizza lo sbardellato ripieno. Non paia surplus di scetticismo la congettura che tanta cupidigia di forme butirrose risponda nei giovani alla tràgica constatazione che non gli è conceduto d'imbottir il cervello: vuoto affatto (prima misura, al più). Non già che ce l'avèssero vuoto alle orìgini. E' il mondo scannato e bìschero degli adulti che gliel'ha reso tale. Irremeabilmente.
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La timidezza è una distillatrice di sentimenti.
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Arthur Rimbaud primo fra gli altri poeti capì cose prodigiose: ad esempio, che la "O" è bleu, "supreme Clairon plein des strideurs étranges". Ed una notte compì un gesto per nulla ordinario: prese la Bellezza sulle ginocchia e la trovò amara e l'ingiuriò. Eppoi coltivò la propria sitibonda natura messiànica nel vòrtice dell'abiezione: e ne cavò immacolate tensioni al divino. Fu il  più "maledetto" tra i poeti, più di Verlaine, Mallarmé e Corbière, perché lui solo distillava voluttà dalle verità più temerarie e abominèvoli. E una mattina di vertiginose ebrietà proclamò "Voicì le temps des assassins". Fu "così tediato e turbato da condursi semplicemente alla morte come ad un pudore terrìbile e fatale". E l'amico e amante Verlaine lo descrisse dal volto ovale d'àngelo in esilio, in disòrdine i capelli d'un colore castano chiaro, e sguardo d'un inquietante azzurro. Rimbaud cercava o inventava crudeli palingènesi del mondo e del cuore traviato degli uòmini attraverso allucinazioni carezzate nelle taverne più malfamate di Parigi. E si disperò per ricondurre l'amore con tutta la sua genialità e depravazione morale alle fonti d'una còsmica purità, e sognò impossìbili rivolgimenti, giustizie utòpiche, efferati benèsseri, e si commosse per miti e mìnime gentilezze d'ànimo. E ancora giòvane si tacque, e in quel silenzio dette epìlogo ad un'assenza che valeva quanto l'esigua poesìa scritta. Arthur Rimbaud, poète maudit, nato nel 1854 a Charleville, nelle Ardenne, defunto nel 1891 a Marsiglia per cancro al ginocchio.
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 Dopo che Hegel pervenne alla conclusione che "Das Wahre is das Ganze", ossìa "il vero è il tutto", non fu più offerta onesta possibilità di filosofare.
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Non è stato ancora stabilito dai filòsofi se l'Uomo e la Natura compòngano un'ùnica realtà o una dualità. E, nel caso della dualità, se siano amici o nemici. E, se nemici, se sia pronosticata la vittoria dell'uno o dell'altra. Fino ad un tempo l'uomo ha sottomesso la natura, ma già da più di due sècoli sembra che la natura voglia prèndersi la rivìncita. Se sono un'unità, uomo e natura periranno insieme: nel perenne metamorfosarsi dell'universo. Se per contro sono entità distinte, la battaglia sarà formidàbile e apocalìttica. E se mai dovesse aver la meglio l'uomo, come avrà mai egli la forza occorrente ad  intraprèndere la guerra ben più sanguinosa e gràvida di tremende conseguenze contro il supremo nemico, o sia se stesso?
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Sono nel falso sia l'ottimismo sia il pessimismo. La "realtà" risiede e si rispecchia nell' "indifferenza" meccanicìstica del cosmo, cui non si confà la commiserèvole inadeguatezza del pensiero e degli aborti suoi.
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 Il passato rinasce dalla Storia ma rivive nell'Immaginazione, ove diviene presente, o, meglio, eterno presente: l'ùnica dimensione temporale sia pur illusoria su cui l'uomo possa far affidamento senza paventare tiri birboni. E' d'uopo sospettare della Storia non tanto perché, contrariamente a quanto  asserito da molti, è maestra di prave ed ineleganti morti, né perché scritta sempre, uggiosamente, dai vincitori: genìa inattendìbile quasi quanto quella degli sconfitti, già che l'una e l'altra sono destinate a durar poco o punto, ogni volta. Bisogna diffidare della Storia perché essa tratta di ciò che non esiste (più): ed intorno a ciò che non esiste, ça va sans dire, è ragionèvole risoluzione tacersi. Affidiàmoci piuttosto alle dovizie spumeggianti dell'Immaginazione: di colei che Malebranche teneva per "la pazza di casa" e Longanesi per figlia diletta della libertà, e taluno, lungimirante, per l'acèrrima nemica dell'arbitrio. Se desideriamo intrufolarci tra le misericordi e cedèvoli nùvole del passato, lasciàmoci aggredire dal piacere d'architettare una realtà che dal nulla si fa nostra. Forse andremo così per cose, uòmini, miti, eventi che mai sapremo se attendèvano nei meandri dei nostri cuori, oppure nei bigi sepolcreti apparecchiati con sapienza dalla fuga de' sècoli.
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La realtà è data dal fatto che ciascuno è costretto al proprio tempo. Il balzo in avanti o il cammino a ritroso, le fughe nel futuro o lo sguardo al passato, la proiezione nelle utopìe o il tour nelle memorie sono le scampagnate fuoriporta. Poi si rincasa e con vario stato d'ànimo si torna a usare e manovrare le quotidiane cose, in virtù delle quali noi abbiamo senso e significato o, più semplicemente, siamo. Il nostro tempo? Siamo ridotti ad un presente che sembra aver risolto d'èssere istituzionalmente òrfano del passato per tentare l'ebra e risicosa impresa d'èssere "pòstumo". Gia, "èssere pòstumo": voler èssere ciò che non si è, ma che si potrà forse èssere se la realtà andrà secondo gli itinerari progettati dalla nostra fantasìa nei dì festivi. Si vive così su una zolla di terra collocata in mezzo all'ocèano, e le cose che usiamo e manovriamo assùmono la sfuggevolezza e l'incertezza del luogo in cui si tròvano insieme a noi.
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 Il popolo nederlandese non sa fare arte come quello italiano, ma la rispetta e ne cèlebra i valori assai meglio d'un pòpolo cosiddetto creativo come quello del consunto Stivale.
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Al nederlandese non difetta quell'attitùdine alla distinzione fra pathos e rettòrica che manca affatto all'italiano, così reso spesso insopportàbile e sospetto.
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 Fra i nederlandesi ed i tedeschi la stessa differenza che corre tra la tentazione ed il peccato.
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Accadde or sono molti anni, e pare ora ridèvole inverisimiglianza, o tiro mancino della làbile memoria. Accadde che nella sterminata e obbediente Cina, l'onnipotente vedova di Mao Tse Tung  avesse inibita alle indìgene masse popolari la fruizione della mùsica di Beethoven avèndovi ravvisato un micidiale tòssico e insieme un'effigia sonora di quel demoniesco spìrito borghese da cui la civiltà occidentale e capitalìstica era permeata e contraffatta. "Musica reazionaria", metteva in guardia l'ortodossa monna Mao; mùsica d'aristocràtiche conventìcole plutocràtiche; mùsica dell'io egemònico e ghiribizzoso che s'oppone alle schiette esigenze d'arte delle genti democràtiche, etc... Non si può del tutto negare che nelle sue farnètiche strampalerìe la prefata "sentinella" cinese avesse colto - seppur sùbito deformato - un dato precipuo della spiritualità beethoveniana. Vale a dire l'insòrgere di un tumultuante individualismo, di una indomàbile soggettività, di una fantasìa e d'un ìntimo moto ùnici e irrepetìbili che il compositore tedesco fonda e scolpisce con la propria mùsica, contro l'educata oggettività della mùsica del "Classicismo" settecentesco. La mùsica del sècolo dècimo ottavo era frutto di una società. La mùsica beethoveniana appare invece formidàbile barbaglio dell'uomo che si erge sulla comune sensibilità, a rigenerarla in contrasto con le contemporanee norme poètiche e linguìstiche. Prima di Beethoven la mùsica era coscienza del cànone, con lui diviene libertà della coscienza. E quello che era artigianato del compositore diviene febbre dionisìaca del creatore. E come l'emancipazione del pensiero moderno si era realizzata con la rivoluzione della metafìsica cartesiana, che aveva posto l'io al centro e signore dell'universo, la mùsica d'arte si configura con Beethoven quale suprema voce poètica di quell'"io" che non tòllera duplicazioni.
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Nessuno mi ha tanto persuaso circa la natura del mare quanto Empedocle d'Agrigento, il quale asseverava che esso è il sudore della terra.
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Da taluni si afferma che non è essenziale dare una risposta al problema quanto porsi il problema. Riteniamo l'affermazione sommamente inesatta. Importante è non porsi affatto il problema, ché i punti interrogativi àgitano e distrùggono l'èssere umano, negato al "vero" per sua stessa natura. E dunque sostituiamo quei punti interrogativi traditori con le più savie e benèfiche vìrgole. Come a dire: smettiàmola di sussultare e cadenziàmoci.(Per tale ragione preferiamo la letteratura europea del Settecento a quella dell'Otto-Novecento)
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Se la realtà è inconoscìbile, verità e menzogna coincìdono.
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Quand'è mattina, e per di più mattina acerba non avendo la giornata ancora assunto il ritmo degli accadimenti serrati, anche la mùsica deve èsservi adeguata. Occorre una mùsica che accompagni con garbo leggero l'indolente avviarsi delle prime ore; mùsica che, per innata discrezione, non richiami né ècciti i turbamenti del pathos, che se ne sta ancora intorpidito nelle più brumose regioni della sensibilità, magari dopo aver tumultuato al proscenio sino alle postreme ore della notte. Del resto, piaccia immaginare che la storia dei vari stili musicali della civiltà occidentale succedùtisi nei sècoli, null'altro sia che un repertorio di condizioni sonore, ciascuna delle quali s'attaglia perfettamente alle sìngole condizioni spirituali dell'èssere nostro, quale si viene svolgendo nell'arco di una vita come d'una giornata. Piaccia pensare, per esempio, all'inarcarsi di Beethoven nel meriggio più estuoso, e alla mìstica purità del Canto gregoriano che inonda i crepùscoli; al Romanticismo, padrone vorace delle sere da tregenda che digràdano alfine verso una pace mista di beatitùdini bruckneriane. E piaccia così ricordare pàgine barocche di Haendel, Alessandro Scarlatti e Bach, e alcune voci melodiose come quelle d'un Mozart giòvine e galante che rècano di prima mattina la trasparenza di liete decorazioni, vaghe linee esornative a fior d'aria, che fanno della forma un alone di luce atto a secondare qualsìasi moto della nostra fantasìa, purché compito.
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Vorrei la mattina, al risveglio, consultare l'elenco telefònico dei sentimenti per fissare un appuntamento in giornata ora coll'uno, ora coll'altro. Che splèndida giornata sarebbe!
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L'arte non è polìtica, non sociologìa, né morale, semmai tensione estètica volta ad un "assoluto" emotivo che si riflette, a posteriori, su ogni dimensione del reale, e quindi anche sulla polìtica, sulla sociologìa, sulla morale. In quanto sublimazione del concreto, l'arte trasfigura ed eternizza il quotidiano disponèndolo secondo un criterio che non obbedisce alla razionalità ed alla lògica dell'empirìa bensì ad un ordinamento superiore della libertà fantàstica. L'arte, a differenza della filosofìa, non coltiva tesi; a differenza della scienza non perscruta fenòmeni naturali. Il soggetto-artista ritrae solo se stesso, ancorché condizionato dal mondo dell'esperienza sensìbile.
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Sono tìpici di uno spìrito grossier i sentimenti enfàtici.
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La "Nona" non è l'ùltima sinfonìa di Beethoven. E' la prima di un mondo che deve ancora venire e che non verrà mai, che però l'uomo attenderà ad vitam aeternam. Essa è l'utopìa dell'èssere umano; utopìa le cui gigantesche architetture aspìrano a menare al canto della gioia, alla conquista delle vìscere della felicità, generatrice di vita. Di là dalla "Sinfonia in re minore" si estende la plaga del silenzio: come dopo una sacra danza lo spìrito rapito s'abbatte esàusto. Ma pure non è la bellezza estètica il fine ultimo di questo opus summum. E' invece un ideale ètico di matrice umanìstica, e più ancora illuminìstica, che pone al proprio centro l'affermazione perentoria dell'uomo e della sua ragione. Nella "Nona" il candore di Beethoven si riversa in un'esplosione di pathos sul quale il linguaggio musicale si plasma come invasato, torcendo le vecchie norme morfològiche, sbaragliando gli adusati procedimenti sintàttici, sovvertendo a tratti le leggi del rapporto tra càusa ed effetto. Vi sono abbattuti  i cànoni del "Diletto", della "Bella Maniera" e del "Decoro", ancora variamente serbati nelle precedenti Sinfonie del compositore. La mùsica si fa aspra, accidentata, screanzata: e quand'anche s'affidi alla dimensione lìrica, come nel celestiale "Adagio molto e cantabile", la poesia s'espande e rastrema a tal fatta che resta a noi un'ansia sottile d'inappagamento: il rinvio ad un "quid" inesprimìbile. In guisa non dissìmile dal coronamento del canto corale sul testo dell'"Inno alla gioia" di Schiller, che mareggia in petrosi blocchi contrapposti, quasi a comprìmere le voci in un incesso dall'afflato demònico.
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Il senno dovrebbe suggerire all'ormai inaridito uomo di passare dall'esangue culto degli ideali alla fruttìfera coltivazione delle sensazioni.
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A prima vista parrebbe cosa fàcile, ma in verità è proprio difficoltoso tirare una linea retta che separi il candore dalla stupidità.
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Perché nell'evoluzione della specie l'uomo ha tracimato dall'òrdine sovrano del cosmo?
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Il canto vocale inserisce nella mùsica d'arte quell'elemento umano che ne depotenzia e svilisce la perfetta astrazione.
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Di frequente le parole ci dìcono di più con il loro suono che con i loro volàtili contenuti.
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La lettura dell'"Ulysses" di Joyce, l'ascolto di una composizione dodecafònica di Anton Webern, la vista di una tela di Hans Hartung risùltano cimento aspèrrimo, quasi disperato, ai più. Queste òpere ardite, a prescìndere dalla qualità estètica, appàiono senza dubbio ostili sul piano linguìstico alla comprensione di massa. Donde il noto quesito: l'arte dev'èssere segnata da una destinazione sociale, èssere necessariamente "popolare"? E' da crèdere che in virtù dei suoi contenuti "raffinati" e dell'elettezza formale, essa sia riservata ad una minoranza previlegiata da una sensibilità e da una cultura specìfiche. D'altronde, milioni di persone càdono in deliquio di fronte a stars rockettare:  non altrettante all'ascolto dell'esotèrica "Arte della fuga" di Bach. E, per altro verso, quanti àmano la "Cavalleria rusticana" di Mascagni e quanti la "Goetterdaemmerung" wagneriana? Gli è che l'arte più s'innalza, più si stacca aristocràtica dal mondo. Affermava Oscar Wilde che l'arte non deve mai farsi "popolare": al più è il pòpolo che deve ingegnarsi a diventare artìstico... L'arte non è serva delle folle e l'arte "popolare" è una contraddizione in tèrmini.
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Il silenzio è il più capiente contenitore dell'afflizione.
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Il "Requiem"di Mozart emana un  fascino ineffàbile ma racchiude un enigma forse insolùbile. Opera tra le più alte dell'arte occidentale, esso è lavoro per buona parte incompiuto per la sovraggiunta morte del Salisburghese. A completarlo con interventi di vaste proporzioni fu un amico ed allievo di Mozart: il venticinquenne Franz Xaver Suessmayer, figuretta di musicista routinier. Nondimeno il "Requiem" risulta "perfetto" nella propria unità, una mònade paradigmàtica dalla prima all'ùltima nota. Il problema è dunque comprèndere come uno stato di mediocrità (quello di Suessmayer) sia capace d'elevarsi alla luce del genio (quello di Mozart), come sappia congiùngersi ad esso, e con esso cantare all'unìssono, e protrarne fedelmente l'eco senza scalfire l'eccezionale possanza dell'ispirazione archètipa. Per certo non sono sufficienti a sciògliere i nodi del problema le indicazioni che Mozart dette in fin di vita al discèpolo per il compimento del "Requiem"... Forse il valore creativo - qualunque esso sia - è determinato e variàbile in base ad eventi di natura imperscrutàbile che giùngono nei sotterranei dell'uomo, a sua insaputa, e che di volta in volta costituìscono la "verità" del suo èssere. Occorre far subentrare alla storia dell'uomo la storia delle òpere considerando l'uomo la loro mera occasione? In tal caso però, se per un verso l'uomo diverrebbe egli stesso parte indistinguìbile dell'òpera universale, per altro vedrebbe negata la propria individualità, ove risièdono la sua coscienza e la sua arte.
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In ogni tempo e in ogni dove trattare di felicità è risultato argomento illògico e fazioso, vagamente irritante e dichiaratamente tòssico. Del resto la fortuna non dà felicità, l'amore non dà felicità, l'educazione non dà felicità, la buona salute non dà felicità, né la dànno la cultura, l'intelligenza, il danaro, la bellezza... Ma chi mai ardirebbe farti felice, in tal modo sommovendo il làbile equilibrio del cosmo? La felicità ti maldispone perché è più esigente d'una sposa legittima. Nel più fausto degli accidenti sia tollerato ipotizzarla come forma d'arte: non a caso la Yourcenair assicurava che "ogni felicità è un capolavoro". C'è invero da sospettare che tra l'uomo e la felicità covi, ab origine, una specie di diffidenza o d'ignoranza recìproche: l'una non sa dell'altro, e viceversa. Così che colui che ne discetti, della felicità, s'avventura a mo' di Cristoforo Colombo che nell'opinione di guadagnare le Indie Orientali toccò notoriamente le Occidentali: con incalcolàbili conseguenze per gli accadimenti dell'umanità tutta.
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L'Italia, una repùbblica fondata sulle parole.
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Dividerei gli uòmini in due categorìe: capre e capre espiatorie.
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"Beati pauperes: quia vestrum est regnum Dei" (Luca, 6, 20)
La miseria s'incàrica ogni giorno di divorare il mondo. Miseria ferale che incolpa la nostra mediocre civiltà: vanitosa di sé e ignorante dell'altro da sé. Una civiltà che nel nome di un ribaldo e vacuo Progresso strapiomba nell'edonismo insulso, nella tecnologia reificata, nell'intolleranza untuosa, nella scienza forsennata. L'uomo moderno, non meno coglione che supponente, si è votato con gran zelo al Regresso. A lui dintorno, sotto smaglianti luminarie, ecco ruine e macerie. Sotto màschere e bistri folclòrici, vòlti cavi e cuori piagati. Nel nome della Prosperità, il muto consumarsi delle genti questuanti ai lembi o all'interno dell'Eden occidentale. Le Chiese denùnciano e gli Stati assèntono per buona creanza alla denuncia intanto che prosèguono nella trafelata corsa agli interessi domèstici (detti anche "patriòttici"), ricavàndone vuoi un'amarezza celata in scheletriti successi econòmici e in un traballante benèssere, vuoi un'infelicità ammantata di vergognosi appagamenti. Si potrebbe obiettare: da che mondo è mondo non c'è stato benèssere senza indigenza, e viceversa. In realtà l'uomo è un èssere dèbole, e assai più cachèttica è la sua propensione all'elevazione spirituale, la sua coscienza operante. L'uomo è il fantoccio dei sogni ed il lacché della propria limitatezza morale. Se puntàssimo sulla sua intelligenza correremmo un rischio tra i più compromettenti, stanti la minùscola Storia e il mesto presente dell'umanità.
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Esclama Crizia: "Terrìbile quando un pazzo pare savio". Ed Eschilo: "Gran vantaggio, che un saggio sembri pazzo". E La Rochefoucauld: "La plus subtile folie c'est fait de la plus subtile sagesse".
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Pausa. D'incanto si dissòlvono le fumee dell'ànima, i fastidi del vìvere, la monòtona vessazione del reale. E si dischiude la prospettiva che auspicavo e di cui, insieme, disperavo: orizzonte di bellezza,  d'alte passioni, di casti trionfi, nel quale l'eterna armonìa dello spìrito si ricompone e vibra di sé: quale luce che attiri e riòrdini i pulvìscoli vaganti, la messe dei dispersi baluginìi...
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Un amico mi confidò d'aver conosciuto un cretino con un alto quoziente d'intelligenza. Una boutade? A ben riflettere manco troppo. Impossìbile inquadrare e definire rigorosamente questa dote rara che sta di casa nel cervello e che non si chiama sensibilità, non intùito, né furbizia o malizia, ma tutte queste cose assieme ad altre ancora. Garantiva Bertolt Brecht che l'acuità mentale non si èsplica nel non pèrdere una battaglia, ma nello scoprire il modo di trarre adeguato beneficio dalla sconfitta. Forse il drammaturgo tedesco esigeva troppo dal comprendonio, che suole diffidare di tutto e tutti: in specie di se stesso... Ma già sento aleggiare l'obiezione: "Bada che la dote di Minerva è una chimera soltanto per coloro che non hanno mai ingravidato la Dea"... Boh! A ragionar di celloria rischio di ringrullire.
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Nessuno mi può accusare, io ce l'ho messa tutta ma mio malgrado sono sempre stato costretto a fare i conti senza l'oste. Non si è fatto mai trovare: forse perché mi era debitore.
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Se vuoi sapere di quale sostanza misteriosa e grave sia amore affìdati a due evangeli: "Giulietta e Romeo" di Shakespeare e "Tristano e Isotta" di Wagner.... Amore e morte, dirai tu? Già, ché morte è congedo d'ogni amante dallo stato di frammento, e amore è corsa degli amanti all'Uno-tutto primigenio.
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Salisburgo allieta e Bayreuth avvinghia. Nella città mozartiana i sensi dànzano gàrruli e vaporosi, nel "Tempio" wagneriano lo spìrito s'immerge in un lavacro metafìsico e tetralògico.
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E se smettèssimo per una volta la mùsica altisonante, che suona i vani miti e gli intrugliati meandri dello spìrito? Ché tanto non se ne viene a capo degl'immani contenuti. E se per una volta ci abbandonàssimo alla mùsica lieve, che non dà pensieri gravi, né ardisce ingenerar tumulti villani?... Sono rare siffatte mùsiche, giacché o rùzzolano nel triviale, o sono finta semplicità, più disdicèvole della peggior lambicattàgine. Non è semplice crearle poiché necèssita a' loro autori stare in mezzo alle cose e in specie agli umani (appena un mezzo centìmetro sopra), carezzarne da presso chimere e magoni, blandirne i più fatui pàlpiti, le più melense mestizie: impastare il tutto in finìssimi dosaggi e spalmarvi sopra quasi con inavvertenza colature di zùccheri velati. (Specialisti ne sono stati, ad esempio, i componenti la valzeristica schiatta straussiana).
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Esiste una mùsica d'arte che partècipa del mondo dello spìrito, insieme alle altre espressioni del linguaggio artìstico (poesia, pittura, etc...). Ed esiste una mùsica di consumo, che partècipa del mondo della contingenza, del trascòrrere delle mode, etc... La mùsica d'arte esprime valori permanenti; la mùsica di consumo soddisfa le inclinazioni ed infatuazioni momentanee di una società. L'òpera d'arte musicale vive fuori del tempo, o distesa sul fluire del tempo. Il pezzo di mùsica di consumo è soggetto a deperire insieme all'esigenza passeggera che l'ha promosso. "Fidelio" di Beethoven dà voce in forma estètica agli anèliti più arcani che l'ànima avverta in sé; la canzonetta di successo si prostra ad un'esigenza d'attualità intesa quale fugace frammento di una realtà in lesta metamòrfosi.
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Da ragazzo rimasi incantato dall'accenno novalisiano alla "voluttà del contatto con l'acqua".
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Sappiamo il gran dolore del conòscere. Nella fattispecie, degradando a livelli gnoseologicamente meno impegnativi e curiali, il gran dolore del conòscere la mùsica pianìstica italiana frammezzo le due guerre mondiali del Novecento. Ove le ambizioncelle dei compositori indìgeni erano assai, ma i loro èsiti, quali minùzzoli e briciolami, erano d'una pauperie convenientìssima a un misericorde oblio. Chi si rammenta di Fuga, Montani, Porrino, Davico, Pick-Mangiagalli, Santoliquido...? Gli èsiti? Ricalchi & ricalchi. Sovrattutto, e in modo assillante, di Debussy, delle sue liquescenti àuree impressionìstiche; ma anche di Prokof'ev, delle sue ardenze percussive; e un poco meno di Stravinskij e dei suoi timbri alchèmici. Null'altro che una patente scimmiottatura, estranea a urgenze creative. Volàvano ali corte, si adombravano esauste immàgini; scrittura mansuefatta e provincialìstica di chi se ne sta appiattato nelle retrovie, a far solecchio. D'altronde era non soltanto l'ìtala mùsica in fase di menopàusa, in allora, bensì lo stesso pianoforte che, dopo l'erta trionfante ai fastigi dell'Ottocento romàntico - beninteso, mitteleuropeo, non italiano - all'alba del Novecento sdrucciolava sulla via del declivio, per giùngere insino a l'altrieri franto e vano alla mùsica. Oggi nessuno strumento più del pianoforte risulta muto al compositore. Che, avendo bricconeggiato nelle convulsive stagioni dell'egemonìa avanguardìstica e della "Neue Musik" tra gli anni Cinquanta e Settanta del perento sècolo, s'è incarognito contro la di lui tastiera: e glien'ha combinate di tutti i colori, al costernato pianoforte, liso malloppo di corde gemebonde, ammaccato contenitore d'alloccàggini manuali... Oh tempora! (e, all'uopo, anche oh mores!).
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Antico memento greco. "E' doveroso onorare gli dèi e gli eroi. Non tuttavia nella stessa maniera: gli dèi con lodi, in vesti bianche e in purità; gli eroi da metà giornata. Quanto alla purità, essa si consegue mediante lavacri e abluzioni, tenèndosi lontani da lutti, contatti sessuali ed altre impurità, ed evitando di mangiar carni d'animali morti di morte naturale, triglie, melanuri, uova, animali ovìpari, fave ed altre cose da cui invìtano ad astenersi anche coloro che nei templi còmpiono le iniziazioni".
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"Perché l'amore e la morte non sono che una stessa cosa" (Pierre de Ronsard, "Sonnets pour Hélène").
Faust e Margherita, Aida e Radames, Enza e Lohengrin, Paolo e Virginia, Amleto e Ofelia, Werther e Carlotta, Alfredo e Violetta, Jacopo Ortis e Teresa, Mimì e Rodolfo... Ce n'è a josa di paradigmi del fatal connubio d'amore e morte. L'amore quale preludio di morte. E quanto più veemente e superno è l'amore, tanto più puntuale e rigorosa è la morte, secondo la terribilità del destino circa quest'arcana faccenda del cuore. Perché poi i grandi amori debbano di norma finir male sembrerebbe abbastanza chiaro: l'illusione, o meglio, la presunzione di sommuovere in virtù della magistrale tempesta amantesca la sonnolenta trazione dell'esìstere si sconta con lo smacco decisivo, ossia col risucchio anticipato nella "taciturna dimora" (Gadda) dove colpi di testa (o d'ala), ardimenti ed eversioni non più sono conceduti.
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Per ogni supporter del "Dubbio" ce n'è a migliaia del "Giudizio".
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Uno è difficile che sia fatto vuoi per l'elegìa vuoi per l'orgia; per lo spleen e per la sganasciata; per l'incantagione e per il sarcasmo; per il candore angelicato e per il fùmido satanismo. Ciascuno, uomo o artista, ha un'inclinazione fondamentale - il suo proprio "naturale" dicèvasi un tempo - una specie di Leitmotiv, o perno attorno a cui egli ruota, e donde s'irràggiano sì variazioni sul tema, ma assai di rado antìtesi ardite, o franche contraddizioni al tema stesso... Vedresti Verlaine dedicarsi a poemi èpici? Chopin comporre solenni oratori? l'Aretino scrìvere vite di santi?  Kokoscka pitturare lindi Olimpi? o Trakl far sonetti sull'arte del giardinaggio?
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Concordo con Novalis: fra tutti i veleni l'ànima è il più potente.
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L'ànima dell'Amèrica è molto più giòvane dell'ànima europea. La prima è una ragazzona bionda e prosperosa, ricca d'intraprendente ingenuità e di entusiasmi piacioni, e se di tanto in tanto le va storto qualcosa, la senti lamentarsi forte ma il mattino dopo è di nuovo corroborata e positiva. L'ànima europea invece è quella di un èssere irrimediabilmente avanzato nell'età, e come tutti i vecchi, è diffìcile prènderla per il verso giusto, smussarne la diffidenza, mitigarne lo sguardo in tràlice, lenirne i malanni crònici che sono pari ai suoi trofei e alle sue glorie di un tempo rimoto, ormai museo di flèbili rimpianti.
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Il filòsofo Leucippo, discèpolo di Zenone, dichiara nel libro "Dell'intelletto" che nulla si produce senza motivo. Sono convinto dell'esatto contrario: nella vanità del tutto, tutto si produce senza motivo al di là dei motivi apparenti.
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Due sono notoriamente i casi che contempla Oscar Wilde circa il rapporto tra crìtica e òpera d'arte in relazione al pùbblico. Qualora l'òpera d'arte si presenti con caràtteri di chiarezza e semplicità, la crìtica è affatto superflua. Qualora l'òpera d'arte appaia complicata e oscura, la crìtica diviene essa stessa molesta còmplice d'oscurità ed incomprensione. Tuttavia da Wilde non è considerato un terzo e temìbile caso. Vale a dire quello dell'òpera che, al di là della semplicità o della indecifrabilità, risulta noiosa tout-court. Quale la funzione della crìtica nella fattispecie? Complicato decìdere, poiché il crìtico colpèvole d'inutilità in rapporto all'òpera di per sé evidente, oppure colpèvole d'oscurità con l'òpera astrusa, è sempre meno colpèvole del crìtico noioso con l'òpera noiosa. Ché la noia, a differenza della semplicità e dell'oscurità, è soggetta ad un funesto raddoppio di sé. Onde si può comprèndere perché la crìtica, al fine di non apparir noiosa e serbarsi seducente agli occhi del lettore, sia indotta a giudicare "interessante" l'òpera che non lo è punto. E' forse un infame tradimento verso il pùbblico? Ma dai. E' il tentativo, umanissimo, del signor crìtico di non navigare sulla stessa barca dell'òpera votata al naufragio.
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Nessuno è idoneo a tutto. Anche l'intèrprete dà il meglio di sé, esprime la propria personalità artìstica nella maniera più esauriente nell'àmbito di un orizzonte, variamente ampio, di òpere legate da un comune denominatore che può riferirsi al gusto, alla sensibilità, alla struttura formale, o, in un'accezione più ampia, al clima spirituale cui insieme appartèngono, indipendentemente dalla loro contemporaneità o attiguità stòrica. Accosto all'òbblogo dell'oggettività di lettura, l'interpretazione non può èssere avulsa dalla peculiarità irrepetìbile del soggetto che intèrpreta e che reca nell'interpretazione il contributo, o comunque la presenza, del proprio mondo individuale. Quando la natura dell'òpera (e dunque dell'autore) e quella dell'intèrprete s'attràggono per manifeste o càrsiche affinità, l'òpera perviene alla vita di suono nella sostanza più completa e nella veste espressiva più felice. Quando la natura dell'òpera invece è estrànea a quella dell'intèrprete, l'òpera mostra insofferenza per il peso che il filtro interpretativo frappone fra la visione astratta definita sul pentagramma dal compositore e il potenziale inveramento di quella nella realtà spazio-temporale. La storia dell'interpretazione ci offre innùmeri esempi del fausto connubio tra autore e intèrprete: si pensi al Brahms di Bruno Walter, al Mozart di Walter Gieseking, allo Chopin di Alfred Cortot, al Wagner di Wilhelm Furtwaengler, al Ravel di Michelangeli, al Beethoven di Karajan e di Bronislaw Huberman.... e altrettanti casi di dissidio fra musicista e intèrprete: basti riferirsi al Bach di Karajan e al Beethoven di Toscanini...
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L'abitùdine è madre della monotonìa, e la costanza di un'abitùdine, osservava Proust, è di norma proporzionale alla sua assurdità.
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Lasciamo da canto la considerazione che in molti casi la fedeltà amorosa null'altro è se non pigrizia del cuore, e domandiàmoci piuttosto se la donna sappia èssere fedele (di certo ella è fedele quando la fedeltà non le è richiesta, osservava Kierkegaard). L'imbarazzantìssimo rompicapo ebbe nel corso dei sècoli risposte di segno opposto. L'atteggiamento razionalìstico, dalla Sofìstica del V sècolo a. C. n. sino alla cultura illuminìstica del sècolo dècimo ottavo, non nutrì mai soverchie illusioni al propòsito: e Sade, da par suo, additò addirittura riprovèvoli rappresaglie da realizzare contro l'infedeltà donnesca. Per contro, l'atteggiamento "idealìstico ", dall'angelicazione medievale della donna sino alla cieca fede dell'esaltazione romàntica, trovò ognora gratificanti risposte per l'orgoglio del sesso barbuto. Ma non va sottaciuta una corrente a sé, che nei tempi a noi recenti è andata e va tuttora infoltendo le proprie schiere, e il cui più antico esponente fu Plutarco di Cheronea, il quale sostenne non èsser degne le donne di vero amore non già per colpa della loro infedeltà, ma perché a questo mondo si còntano cose ed èsseri più di loro meritèvoli dell'amor virile.
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Stamane, di buonora, il mio pensiero è andato all'ufficio di collocamento.
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Alla mùsica, che per molti è soprattutto fonte di piacere, si confà più la sfera sentimentale che quella intellettuale: non solo per la risaputa intuizione pascaliana, ma perché il linguaggio dei suoni, comunque muova da un principio o da un ordinamento razionalìstico, approda sempre ad un'affermazione di squisito caràttere "patètico". Né mai è accaduto il processo inverso, a meno che non si voglia sofisticare. Tali i motivi onde siamo propensi, in linea di màssima, a predilìgere quegli intèrpreti, sìano essi solisti o direttori d'orchestra, che della mùsica sottolìneano la cifra fantàstica, la dovizia talvolta provocatoria dell'asemanticità del segno, l'ambiguità dei significati, o meglio, delle "immaginazioni" musicali, che si sciòlgono le une nelle altre, rigeneràndosi di continuo in inèdite e riservate prospettive. Dico di quegli intèrpreti che ci fanno sentire più l'uomo che la struttura, più il soffio poètico dell'artista che il suo ingegno architettònico, da cui quel soffio pur prende vita. E l'intèrprete, più si cala nel profondo, più procede per intuizioni, approssimazioni e analogie, (e non già per affermazioni), ponèndosi entro un vòrtice ove la sua sensibilità e quella del compositore si calamìtano e s'abbandònano ai recìproci fantasmi. La mùsica in sé che prescinda dal momento esecutivo e interpretativo non esiste se non come potenzialità astratta.
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Ogni uomo ha un prezzo; ogni donna una lusinga.
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Una sera di primavera passeggiavo per via Giulia brulicante di gente richiamata da una serie di manifestazioni musicali lungo la via. Mi fermai dinanzi alla minùscola chiesetta di Santa Maria del Suffragio, dove a porte aperte stava per conclùdersi il trascurato recital di un giòvane pianista. Vidi poi l'esiguo uditorio uscire insieme al solista dal tempietto barocco mentre vi entrava controcorrente un robusto signore con una voluminosa custodia a mano. Si volse dintorno ad ammirare gli antichi ornamenti dell'edificio. Quindi s'avvicinò quasi timoroso al transetto, prese la sediola usata dal pianista, la pose al centro, e vi si sedette. Aprì lentamente l'invòlucro, ne trasse un violoncello e lo puntò a terra. D'improvviso abbracciò lo strumento, alzò l'archetto e con gesto imperioso lo poggiò sulle corde. La chiesetta non risuonò del suono violoncellìstico ma di un monumentale accordo organìstico. Era una "Suite" bachiana cui erano impressi un tono e un'allure fantasmagòrici. La gente per via si bloccò dinanzi l'ingresso e cominciò ad entrare nel tempio, e più ne entrava più la ressa fuori aumentava come risucchiata dai sortilegi di un violoncello che stava trasformando la chiesetta in una Basìlica e l'effetto camerìstico di una Suite in una Messa corale. Giùnsero anche due vìgili urbani a regolare il tràffico pedonale intasato. E ci si dimandava: "Ma chi è quello che sta suonando là dentro?...", "Non era in programma questo concerto?...", "Sul giornale non c'era scritto niente...", e ci si alzava in punta dei piedi e s'allungava il collo per scòrgere il teurgo al transetto.... Conclusa la Suite, nel fragore delle plebiscitarie ovazioni e richieste di bis il gran signore si alzò, ripose lesto lo strumento nella custodia, si fece largo tra il pùbblico salutando con ràpidi cenni del capo, ùscì dalla chiesetta e si confuse fra la folla. Un minuto, e non c'era più.... Tra la calca un arzillo vecchietto dagli occhi liquidi e dalle spalle ricurve mi bussò al braccio e mi disse: "Ammàzzalo quant'era gaiardo! ma ce lo sai chi è?". Risposi: "Un russo, Mstislav Rostropovich, il più cèlebre violoncellista del mondo". E lui confuso: "Come cazzo se chiama 'sto fenòmeno?"
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Il Lambrusco o sia Frammento di diàlogo con Pavarotti ... So bene che a te, Luciano, piace mangiare. E vai matto per la cucina emiliana. Ma la bevanda?
 "Il Lambrusco, gran vino".
Però gli intenditori sono sòliti affermare che non si tratta di un vino importante...
 "Ma va là, tutte balle. Intendiàmoci, il Lambrusco non è un vino strutturato tipo il Barolo o il Cirò: fa ùndici gradi. Tuttavia quello secco, di buona qualità, non ha rivali... Mi raccomando, sempre in frigorìfero".
Scùsami, ho sentito dire che andrebbe bevuto a temperatura ambiente...
"Macché, neanche a discùterne. Il Lambrusco è un vino frizzante e si beve a temperatura ambiente a patto che la temperatura scenda a zero gradi. Di strada, il Lambrusco tiepido ne farebbe ben poca,   come la Coca cola tièpida"... (1980)
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Appena un secondo dopo ch'ero nato m'accorsi che la vita sarebbe stata una gran rottura di coglioni: e piansi, piansi come un ossesso.
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Cinque considerazioni sulla morte. 1. Lusisti satis, edisti atque bibisti: tempus abire tibi est (Orazio). 2. La morte di un uomo è meno affare suo che di chi gli sopravvive (Mann). 3. Quando qualcuno muore, il più delle volte si ha bisogno di motivi di consolazione non tanto per mitigare la violenza della propria pena quanto per avere una scusa di sentirsi così facilmente consolati (Nietzsche). 4. Le soleil des vivants n'échauffe plus les morts (Lamartine). 5. Death is the veil which those who live call life: they sleep, and it is lifted (Shelley).
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Rispetto ai vincitori gli sconfitti sono più "estetici.
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L'unità dell'ideologia wagneriana è radicale: saga, storia, leggenda, crònaca si risòlvono nella trascendenza della dimensione spazio-temporale, nell'identificazione della razionalità in un bagno di luce estàtica, nello scioglimento delle contraddizioni della coscienza nella catarsi di un mìstico panteismo. Da "Il vascello fantasma" a "Il crepuscolo degli Dèi", l'"umano" e il "sensibile", la materia del vìvere e del pensare, l'azione e la riflessione, la natura e le sue determinazioni cèdono i propri confini, oltrepàssano la misura del Sìmbolo, s'annùllano nel Suono che li riplasma nella contemplazione della loro "caduta" nell'Infinito. Dall'inizio della "Romantik" l'Arte aveva ambito al Tutto; con Wagner il rapporto si capovolge: evento straordinario, accaduto perché il linguaggio e l'architettura della mùsica hanno inverato della loro assolutezza la poesia, cui i contenuti del reale non più si adèguano ma se ne fanno aspirazione sublimata.